Riccardo Cotarella è l’enologo più apprezzato del mondo. Un uomo che percepisce il vino come essenza capace di dialogare, mutare, sentire le mani che lo lavorano. E fra i progetti in cui sta mettendo la sua sapiente passione, c’è una cantina incuneata ai piedi della Serra de Tramuntana, nell’entroterra Alorò, a Palma di Maiorca.
Qui, si crea un incrocio virtuoso: una famiglia svedese – i Gardell- innamorata del territorio, che ha dato vita al sogno di Bodega Oloron, una terra calcareo argillosa che favorisce numerose varietà di uve e infine la capacità di rivitalizzare le tecniche tradizionali di coltivazione.
Quello di Bodega Oloron è un progetto che unisce tecnica e cuore, non solo sotto il profilo enologico e agronomico, ma altresì umano: Kristina e Christer Gardell stanno innestando questi valori sul fusto familiare, passando alle seguenti generazioni la linfa del valore, del rispetto dei luoghi, della coltivazione pregiata.
Un pool di italiani per coltivare un progetto unico
Sotto l’egida di Riccardo Cotarella avvengono sempre cose impareggiabili. Qui, il lavoro dell’enologo, che si appresta a lanciare il suo libro con Rizzoli (sta già andando a ruba) viene affiancato dall’agronomo Gaspar Tauler Alemany, in vigna e dall’enologo incaricato della parte operativa in cantina, Edoardo Doni.
Ma la lista non è finita: la cantina ipogea, ergo sotterranea, vive attraverso un progetto capace di integrare la biodiversità e l’architettura del luogo. Il risultato di un lavoro congiunto, per mano dell’architetto Rafael Vidal e dell’ingegnere Alessandro Pupo. Il mondo estetico, funzional-naturalistico creato dai due professionisti coinvolge materiali, fonti energetiche a basso impatto ambientale e, naturalmente, la stuttura integralmente sotterranea.
Essa si trova infatti al livello sottostante i campi dove viene accuratamente preservato il paesaggio pittoresco di Alaró per custodire una naturale e incontaminata oasi di flora e fauna locale. Bodega Oloron è la dimostrazione che l’impatto umano può essere non invasivo e al contempo garantire efficienza produttiva. Oltre che vini indimenticabili, con etichette interpreti dell’animus maiorchino: uve bianche come Chardonnay e Viognier, o a bacca rossa come Tempranillo, Cabernet Sauvignon, Syrah, Merlot, Callet, consentono di fondere tradizionale e contemporaneo.
Il valore –e la sostenibilità- della cantina sotterranea
Un isolamento naturale, che mantiene temperature e livelli di umidità costanti: due elementi fondamentali per avviare spontaneamente processi di fermentazione e invecchiamento. Questa modalità non solo migliora la qualità dei vini, ma consente di ridurre in modo significativo il consumo di energia, per allinearsi alla filosofia e all’impegno mirato a incentivare il concetto di “sostenibilità”.
In superficie, la cantina è quasi invisibile, con campi e vigneti che si fondono perfettamente con il paesaggio circostante. Il tetto della struttura ospita piante che favoriscono ulteriormente lo sviluppo di un sistema ecocompatibile di complessa biodiversità.
Ma la vera esperienza suggestiva è per i visitatori. Quando le porte della cantina sotterranea si spalancano, chi arriva viene investito da una sensazione ancestrale, ma altresì della consapevolezza che qui natura e scienza producono la loro miglior sintesi. Ampie sale di degustazione, aree didattiche e le meravigliose spiegazioni di Cristina Basñez, responsabile all’accoglienza della cantina, regalano ai viaggiatori un’esperienza di autentica connessione con il territorio.




