L’arte contemporanea di Manuela Bedeschi tra “Illuminate riflessioni” e antichi arredi, mette piede nelle sontuose stanze del Museo Bagatti Valsecchi a Milano.
Curata da Matteo Galbiati, questa mostra sui generis porta in città un’artista vicentina particolarmente apprezzata anche oltre i confini del Bel Paese per le sue opere vibranti realizzate con i neon.
Le installazioni leggere in antitesi con il gusto prevalentemente rinascimentale del Bagatti Valsecchi, sono concepite come interventi site-specific che danno forma a riflessioni intime e collettive.
I lavori della Bedeschi si caratterizzano per una dirompente forza poetica ed emozionale resa ancora più evidente dai neon che rappresentano ancora una volta il principale linguaggio espressivo scelto dall’artista per trasformare segni e parole in luce, materia in esperienza sensibile.
Nelle sale della Casa Museo Bagatti Valsecchi, gli interventi proposti per la mostra in corso si intrecciano con i motti latini, l’arredo e la collezione presenti nelle varie stanze, generando un dialogo silenzioso tra memoria e contemporaneità. In questo ambiente domestico, dove ogni oggetto racconta una storia, i messaggi di luce diventano testimonianza di affetto, ricordo e relazione, suggerendo un senso del quotidiano che incontra il museo quale luogo dell’intimità e della memoria condivisa.
“Al Museo Bagatti Valsecchi, dove ogni innesto costituito da ciascuna opera è stato pensato, se non realizzato appositamente, e scelto con estrema attenzione e cura per questi ambienti tanto mirabili, il suo linguaggio vive di un’amplificata e maggiore relazione con il luogo, i suoi contenuti, le sue iscrizioni e le sue tradizioni. Il neon di Bedeschi accende frammenti di una storia che ritorna ad appartenerci nell’oggi: basta soffermarsi e leggere per richiamare quelle connessioni che si vivificano in un’utile pausa riflessiva. Che è, in definitiva, il vero e inevitabile momento di conoscenza da osservare sino alla fine”. È questo il punto nevralgico dell’esposizione, espresso dal curatore Matteo Galbiati.
La linea direttrice perseguita da Bedeschi nell’immaginare e costruire la mostra si basa sul valore etico e morale che la parola assume all’interno del Museo Bagatti Valsecchi. Ciò si traduce nella presenza di opere inedite e site-specific, ispirate proprio ai motti latini presenti nella casa, tra le quali l’installazione RESPICE FINEM, cui viene conferito uno spazio distinto dal canonico percorso di visita.
Inserito sulla terrazza che affaccia sul cortile interno, questo lavoro sconfina all’esterno del Palazzo, appropriandosi – in accordo con il gusto dell’artista – di uno spazio altro. Un’opera manifesto, che rimarrà esposta per tutto il 2026, pensata per attrarre lo sguardo e invitare il visitatore ad una riflessione personale.
Il percorso attraversa, sala dopo sala, un universo parallelo di lavori in dialogo armonico con i differenti ambienti domestici in cui un tempo viveva la famiglia Bagatti Valsecchi.
Ogni opera di Manuela Bedeschi – dalla parola alla forma geometrica al segno – determina un significato che vale in prima istanza come immagine. Le opere esposte sollecitano nel visitatore delle riflessioni peculiari e intime, come spiega l’artista: “Non ci fermiamo più a guardare quello che ci circonda, le persone e soprattutto la natura, pensare alle nostre e altrui caratteristiche, sia ai problemi che a volte solo con qualche attimo di riflessione si risolvono, sia alle cose buone che aiutano il mondo.
E poi soprattutto ascoltare. Quest’ultima è l’attività più in disuso verso noi stessi, gli altri e il mondo naturale che manda segnali fragorosamente rumorosi verso i quali siamo diventati totalmente sordi. Esporli a caso in luoghi non dediti a presentare arte penso che attiri di più l’attenzione perché vengono inizialmente scambiati per scritte pubblicitarie (un nuovo supermarket?), e poi quando si capisce che no, non è così, allora ci si può fermare un attimo a pensare: perché? Cosa devo pensare, guardare, ascoltare? E qualcosa affiora dalla frettolosa distrazione, e per me è già un piccolo contributo a rallentare l’indifferenza ormai diventata una pericolosa abitudine”.
Fino al 4 gennaio 2026, diciotto opere al neon creeranno un flusso luminoso ad unire passato e presente, sotto l’occhio vigile delle collezioni del Museo, invitando i visitatori a riflettere, ascoltare e ricordare, affinché il percorso di visita possa essere esperienza emotiva condivisa.




