Sul tavolo degli Emirati Arabi in questo momento ci sono circa 9,6 trilioni di dollari per l’espansione di Abu Dhabi e l’industrializzazione dell’area intera. Denaro che arriva da fondi emiratini, da famiglie, da partner istituzionali che fanno convergere i loro capitali in quell’area. Ma per ora, le commesse stanno accaparrandosele perlopiù imprese asiatiche. Il Made in Italy è un’opzione, non la certezza.
La poetica visione della piccola impresa artigiana o della media azienda familiare si scontra con uno scenario dominato da aziende cinesi che hanno raggiunto una capacità esecutiva di altissimo livello. Come si compete, su un proscenio di questo tipo?
A mettere il dito nella piaga sono Valeria Maria Fazio, board member Italiacamp EMEA FZCO (Hub per il made in Italy Senior Partner Miller Capital) e Paul Renda, CEO Milller Group, Founder Miller Capital. Persone che dialogano direttamente con le aziende, da una parte e dall’altra con gli attori dominanti del panorama emiratino, con l’intento di comprendere quali aziende sono in grado di gestire una sfida di questa portata.
“In due anni e mezzo abbiamo inserito nel tessuto emiratino circa 140 imprese – racconta la manager, che siede ai tavoli istituzionali e avvia il dialogo con le imprese italiane.
Ci ricorda che la poesia del saper fare non basta più, da sola, in un mondo fatto di conglomerati che utilizzano la forza della dimensione e la tecnologia avanzata.
“E’ impensabile che una sola azienda faccia da battitore libero, il tema del distretto diventa centrale. Dobbiamo presentarci come compagine, per vincere questa sfida”.
In effetti, Miller Capital si dedica precipuamente allo sviluppo di progetti di filiera e di ecosistemi produttivi competitivi, con l’obiettivo di rafforzare le reti di impresa e promuovere modelli produttivi più interconnessi. Aggregazione, crescita dimensionale, internazionalizzazione e sostenibilità sono tutti target necessari, che non possono prescindere da una visione strategica e da una capacità di innovazione finanziaria.
E questa è una sfida da cogliere in massimo 12, 18 mesi. Abu Dhabi diventerà una città da dieci milioni di abitanti, verranno costruiti enormi mall che, in un paese così caldo, fungono per mesi da veri punti di ritrovo per le famiglie.
Addirittura, Valeria Maria Fazio si sente chiedere spesso cosa significhi, esattamente, la locuzione Made in Italy. “Rispondo che siamo custodi di un sapere, nonché la capacità di rendere eccellenti e unici i processi, dalla manualità all’innovazione”.
Ma, nei fatti, tutto questo si deve tradurre in efficienza, competitività, soluzione tecnica, dinamismo.
Dare il tailor made, ma con la capacità (e la tecnologia) di un’industria
Quello che è sempre stato l’asset italiano, la creatività costruita da una rete di pmi riunita in flliere, deve fare un upgrade necessario. A compiere la sintesi dei problemi da gestire è Serena Turrisi, Responsabile Client Business Development di Fideuram ISPB, 6900 consulenti finanziari sul territorio nazionale e 490 miliardi gestiti.
“Il nostro sistema paese ha circa 5 milioni di aziende attive, il 99% delle quali appartiene alle medie piccole. Siamo affetti da nanismo, nell’84% dei casi la proprietà supera i 60 anni e per la gran parte sono aziende familiari che faticano ad affrontare il passaggio generazionale”.
Cosa serve? “Prima di tutto serve una visione industriale, prima della finanza. E poi va affrontato il problema della governance”.
Per essere chiari, in un mondo dove soffriamo la competizione del gigante asiatico, non si può più ragionare di anno in anno, ma sul medio lungo termine, con una pianificazione a 5-10 anni.
“Quando sento le aziende dire che ora aspettano passi la burrasca, mi rammarico –aggiunge Paul Renda- perché sono proprio queste a soffrire di più. Chi da del cambiamento una costante e modifica i modelli di business, intercetta più facilmente le opportunità”.
Allo stesso tempo, bisogna tornare a ragionare in dimensione di filiera. Senza farsi deprimere da prospettive funeree come quella del MIT di Boston che prevende la moria del 90% delle piccole medie imprese europee…
“Servono senza dubbio controllo di gestione e patrimonializzazione per resistere agli shock che verranno nei prossimi anni. Se nel momento di crisi i fornitori mi seguono e non incalzano, o io sono stato capace di condividere dati con i centri di sapere e le università, potrò superare l’impasse. Perlomeno, così si strutturano le aziende che ce la fanno di norma” rileva Paul Renda.
Inoltre, bisogna tornare a formare. Sicuramente, a formare imprenditori. E bisogna prendere maggiore confidenza con le tecnologie che stanno per cambiare radicalmente lo scenario competitivo, così come lo abbiamo conosciuto fino a oggi.
I fondi: non una minaccia, ma un’opportunità
Spesso, alla parola “fondo”, l’imprenditore viene colto da ansia.
“Oggi però c’è tanto capitale di equity e i fondi sono desiderosi di investirlo nelle eccellenze, può essere una grande opportunità –spiega Turrisi.
“Il fondo è un aggregatore. Un agevolatore, una piattaforma per fare sistema – le fa eco Valeria Maria Fazio.
Il punto è che questa famosa frase, “fare sistema”, adesso deve sostanziarsi. Non è più tempo per individualismi. “Dove non arriva la famiglia, spesso arriva il fondo. Teniamo conto che laddove da soli servono dieci anni per arrivare a certi obiettivi, con il fondo ne bastano tre. Ma serve la classe imprenditoriale, bisogna ricominciare a formare leader di impresa”.



