Stile ed economia per chi guarda avanti

Il tempo delle sfilate è davvero finito?

Il tempo delle sfilate è davvero finito?

La moda è –innegabilmente- in crisi. Una crisi motivata da una convergenza di fattori che hanno portato a mutamenti strutturali, da un lato. Dall’altro, modelli di business ormai obsoleti, un consumatore stanco di ricarichi insostenibili (a fronte di un valore che raramente corrisponde al prezzo di cartellino)  e la reale necessità di ricostruire quella sostanza che fece la fortuna del prêt à porter italiano. 

I primi a rendersene conto sono stati coloro che hanno il polso della “strada”, i buyer. I titolari di negozi che hanno contribuito immensamente alla ricerca, al fiorire del fashion e al suo ecosistema. E che oggi, riuniti in Camera buyer, sotto la guida esperta di Maura Basili, mirano a creare un network di eccellenze sovra nazionali. L’intento è quello di creare una rete estesa e autorevole, connettendo le più importanti boutiques del lusso per portare una voce comune a brand, istituzioni e player del sistema moda. 

I primi ad aderire sono stati Luis Sans – SANTA EULALIA per la Spagna, Lars Braun – BRAUN HAMBURG, per la Germania, Austria e Svizzera e Luc Dheedene – VERSO per il Benelux. Una mossa strategica, a valle. Ma a monte, cosa succede? 

Francesco Casile in showroom con Antonio e Roberta Murr

Ne abbiamo parlato con Francesco Casile, Cavaliere della Repubblica, founder di Casile&Casile Fashion Group, nonché fondatore di Camera Showroom Milano. 

Un uomo che la moda la vende da oltre 50 anni, che tiene il polso di aziende e mercato e che proprio di recente ha studiato un sistema straordinario per “vendere il capo con il consumatore incorporato”. Per dirla meglio, il suo sistema porta a chi acquista i capi anche una fascia di consumatori interessati, attraverso un sistema preciso  uno studio territoriale capillare. 

Siamo a un punto di non ritorno?

Si, o la moda si evolve o si estingue sotto il peso di un sistema obsoleto. Non c’è più spazio per l’improvvisazione o per chi spera che “tutto torni come prima”. Il mercato non fa sconti e le istituzioni sono spettatrici distratte di un dramma che colpisce il cuore del nostro saper fare.

Sopravvivere oggi significa avere il coraggio di rivoluzionare i rapporti di forza, pretendere protezione, abbracciare la tecnologia digitale prima che diventi una mannaia normativa e, soprattutto, rimettere l’essere umano — con le sue fragilità e il suo desiderio di benessere — al centro di ogni progetto.

Perché la moda non è mai stata solo vestiti: è lo specchio di chi siamo e, se vogliamo avere ancora un’immagine da riflettere, dobbiamo ricominciare a combattere per ogni singolo dettaglio. Il tempo delle sfilate è finito, è iniziato il tempo della sostanza.

Un settore che era la terza voce del PIL…pare che alle istituzioni non interessi granché

La politica sembra aver dimenticato che la moda è la spina dorsale dell’economia reale.

Si avverte una totale assenza delle istituzioni a sostegno del comparto. Le Piccole e Medie Imprese (PMI), cuore pulsante del Made in Italy, si trovano a fronteggiare rincari produttivi senza paracadute statali significativi.

Mentre i grandi gruppi del lusso hanno riserve finanziarie, le PMI lottano contro la burocrazia. Il rischio concreto è una desertificazione industriale che comprometterebbe l’eccellenza artigiana. Le nostre imprese sono lasciate sole a navigare in una tempesta perfetta.

Quanto pesa in questo ambito la disaffezione del consumatore finale, soprattutto dopo il Covid?

Il panorama attuale è dominato da una profonda contrazione dei consumi. L’aumento vertiginoso dei prezzi dei beni di prima necessità ha eroso il potere d’acquisto delle famiglie, spostando il budget disponibile verso l’alimentare e l’energia. La moda, percepita in molti segmenti come bene voluttuario, ne subisce le conseguenze dirette.

Il consumatore medio oggi non è solo più povero in termini reali, ma è anche più prudente: l’incertezza derivante dalle guerre e dall’instabilità dei mercati internazionali ha generato un clima di sfiducia che frena gli acquisti d’impulso. Il guardaroba non è più un desiderio compulsivo, ma un investimento che deve superare l’esame del portafoglio.

E’ evidente che il vecchio modello non funziona più. Come vede la posizione del retail tradizionale in tutto questo?

Il retailer non è più l’ultimo anello della catena, ma il primo bastione della resistenza sul territorio. Il suo ruolo è cambiato radicalmente.

Oggi il negoziante ha sempre più bisogno di servizi evoluti da parte delle aziende e degli showroom. Non basta più consegnare la merce; il retailer chiede supporto nel marketing e, soprattutto, deve sentirsi protetto. Protezione significa garanzia sui riassortimenti e politiche di prezzo coerenti. Lo showroom diventa così un consulente strategico, non solo un espositore di campionari. 

Chi sta crescendo in questo momento?

Crescono le aziende Premium che offrono un giusto rapporto qualità-prezzo. Il mercato è oggi spaccato tra due poli generazionali con esigenze specifiche. La Generazione Z è estremamente attenta alla sostenibilità: non accettano più il “greenwashing”, cercano trasparenza totale e per loro l’acquisto è una dichiarazione politica. La Generazione X, pur avendo maggiore capacità di spesa, cerca un valore d’uso prolungato. Per i giovani il brand deve avere un’anima, per i meno giovani deve avere una sostanza che duri oltre la stagione.

I retailer di fascia alta hanno risposto alla crisi ampliando l’offerta al Beauty e al Benessere fisico. La consumatrice moderna cerca un’esperienza olistica; vedere prodotti di cura personale accanto al fashion è una risposta coerente a un bisogno di benessere globale. Oggi non si vende più un abito per coprire il corpo, ma un rituale per gratificare lo spirito.

Anche qui, le normative europee non sembrano semplificare la situazione…

Le nuove normative europee legate al Passaporto Digitale del Prodotto rappresentano na sfida reale. Le nostre aziende sono, in larga parte, completamente impreparate. Questa normativa imporrà la tracciabilità totale di ogni capo; chi non si adeguerà rapidamente rischia penali pesantissime e il rischio concreto di chiusura forzata. 

Il futuro della moda sarà scritto in un codice digitale: chi non saprà leggerlo resterà fuori dai confini del mercato.

Lei ha studiato e messo in campo un sistema per vendere, insieme al capo, anche i consumatori che lo compreranno…ce lo spiega?

Abbiamo iniziato da una provincia, commissionando un’analisi territoriale a una società che ha segmentato i consumatori per potere d’acquisto e attitudine. Chi ha comprato i capi si  è visto arrivare in negozio il consumatore target, con grande soddisfazione e risultato di vendita quasi garantito. 

Oggi non si vende più un oggetto, si costruisce un servizio integrato. 

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