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Demna, l’iconoclasta, illumina la via di Gucci

Demna, l’iconoclasta, illumina la via di Gucci

Bruciare ponti per illuminare la via”. Si potrebbe sintetizzare con questa frase, l’approccio escatologico di Demna Gvasalia, stilista georgiano appena insediatosi alla direzione creativa di Gucci. Più che stilista, esegeta, interprete rivoluzionario del vestire come messaggio politico, antropologico, spettacolare e rivoluzionario. 

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La Presidente georgiana Salome Zourabichvili e Demna Gvasalia

Un outsider, dotato di pensiero laterale potentissimo. Non a caso, il suo cortometraggio The Tiger, presentato ieri sera a Milano ha gettato una bomba di vigore nella palude statica e confusa della moda degli ultimi anni.

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Il corto presentato a Palazzo Mezzanotte, vede protagonisti nomi come Demi Moore, Edward Norton, Ed Harris, Elliot Page, Keke Palmer, Alia Shawkat, Julianne Nicholson, Heather Lawless, Kendall Jenner, accorsi all’evento di presentazione con i look della nuova collezione, La Famiglia

La narrazione è fantastica e ha come protagonista Barbara Gucci, capo della Gucci International, che nel giorno del suo genetliaco accoglie i figli e un ospite speciale presso la casa di famiglia.

Un geniale trovata di marketing, un vento di tramontana nella stasi generale. Ma altresì un segno della nuova estetica, che non prevede scale di grigi. Demna fa le cose in grande, pensa in grande, attiva corto circuiti  e scardina il consueto. 

Una rivoluzione che nasce dalla vita

Quando Demna aveva 12 anni, un guerra civile costrinse la famiglia a scappare, da Tbilisi fino a Düsseldorf. Una variante che spostò Demna dalla facoltà di economia Internazionale alla Royal Academy of Fine Arts di Anversa. Già qui, Walter Van Beirendonck, che era a capo del dipartimento di moda dell’Accademia, ne riconobbe – per primo – il talento e lo assunse per lavorare alle collezioni maschili.

L’ascesa da quel momento è costante: nel 2007, dopo il debutto alla Tokyo Fashion week inizia a lavorare per il fuoriclasse Martin Margiela. Nel 2013 si sposta da Vuitton a Marc Jacobs e Nicholas Ghesquière. Nel 2014, insieme a suo fratello Guram e altri sette creativi fonda Vetements, un marchio che comunica agli appassionati di moda il nuovo lessico del potere espressivo applicato all’estetica: non a caso la linea finisce finalista all’LVMH Prize. 

Nel 2016 assurge a direttore creativo di Balenciaga e conferma un assunto tipico dei grandi, quello di non essere subito riconosciuti: la maison aveva rifiutato una sua candidatura al team di design nel 2007!

Ora, dal suo arrivo in Gucci ci si aspetta grandi cose. 

Ma esiste ancora l’identità di brand?

Questo ci fa altresì riflettere su un elemento rilevante: Demna sostituisce Sabato De Sarno, un designer che aveva cercato di riprendere l’identità Gucci lavorando sui materiali, sul purismo delle linee. Ma non aveva funzionato, dopo il vortice Alessandro Michele, con la sua ridda di colore, la sua estetica postmoderna e barocca. Caleidoscopica, potremmo dire. Assistiamo a un saliscendi creativo che segue molto più l’individualismo, rispetto alla poetica identitaria del brand. 

Vero è che la moda resta linguaggio antropologico e riflette sempre lo spirito dei tempi. I nostri, sono alquanto confusi. Confidiamo che la sete culturale e la profondità di pensiero di Demna Gvasalia facciano confluire Gucci in una direttrice di eclettica stabilità (che non è un ossimoro). La griffe ha vissuto un 2024 all’insegna del segno meno: le vendite al dettaglio, che rappresentano il 91% del totale, erano scese del 21%. Solo la pelletteria, in particolare la borsa Jackie, avevano attutito il colpo.

E Kering, nella persona della vice direttrice generale Francesca Bellettini, aveva promesso “grandi cambiamenti”. Grande, in passato, era stato il cambiamento portato da Tom Ford e Domenico De Sole, capaci di recuperare l’heritage e convogliarla nella creatività contemporanea. Gvasalia ha la statura per ripetere quel successo. 

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