Stile ed economia per chi guarda avanti

Vendere senza vendersi: quando la moda diventa la vita (e la cambia)

Vendere senza vendersi: quando la moda diventa la vita (e la cambia)

Quando apparve la prima foto di Antonia dell’Atte nella campagna primavera estate 1985 di Giorgio Armani, scattata da  Aldo Fallai, il mondo capì che gli archetipi usuali erano stati sovvertiti: capelli corti, giornale in mano, tailleur di bellezza siderale che non sessualizzava la donna ma la potenziava.

Fu una rivoluzione culturale, prima che estetica. Diceva “sono intelligente, elegante, non ho bisogno di usare armi banali per colpirti”. 

Una delle tante rivoluzioni di Giorgio Armani: la destrutturazione delle giacche, l’utilizzo della canapa, l’abolizione delle pellicce, la solidarietà umana. L’identità, prima del marketing. 

Armani vendeva senza vendersi. Forse incosciente della sua grandezza, dal momento che restò titubante anni prima di esordire nella moda, esortato dall’amico, mentore, compagno di lavoro e di vita, Sergio Galeotti. 

Lui viveva creando e creava come aspetto fondante della vita. 

«Ogni idea, in fondo, è frutto di un innamoramento e questo lavoro, che per me è la vita, è un atto continuo di amore”. 

Un amore assoluto e intensivo, che negli ultimi anni lo aveva portato a parlare accorato durante le presentazioni stampa, o ai giovani: Così come voi siete prigionieri dei vostri giornali, io sono prigioniero della mia moda. Mi ha dato tanto, ma mi ha anche tolto tanto, vorrei godere delle cose di cui godono tutte le altre persone”.  Ai ragazzi diceva “Lavorate ma non dimenticate voi stessi. Pensate che avete una famiglia perché avrete bisogno di persone al fianco“.

Eppure, artefice di un impero da oltre 9 miliardi, lo si scorgeva ancora intento a sistemare le sue vetrine, con la passione di sempre, perché da lì era partito: vetrinista alla Rinascente, dopo aver abbandonato l’idea di una laurea in medicina.  E ci pensò su anni e anni, fino a quell’estate del 1976, quando già elementi rivoluzionari emergevano da quelli che non furono solo abiti: furono abitudini stravolte, modelli economici e di business sovvertiti. Fu la centralità di Milano nel nuovo modello del prêt-à-porter che seppelliva il primato francese fino ad allora improntato sulla Haute couture. 

Lo stilista, ergo, il demiurgo: un’epoca che si chiude

Come disse  nel 2010 lo storico direttore, anima di Vogue Italia, Franca Sozzani, “non si può parlare di stile italiano perché non c’è un’unica moda. Non ci sono mode secondo i paesi ma secondo gli stilisti”.  

Con la nascita del prêt-à-porter, della moda di qualità replicata a livello industriale, pur mantenendo connotati artigianali, cambiava tutto. E la consacrazione del nuovo ruolo italiano nella moda, laddove la Francia dei Dior e delle Chanel aveva dominato il globo fino ad allora con il lusso dell’atelier, avvenne quando uscì la copertina di Time, il 5 aprile 1982, che ritraeva Giorgio Armani.

Nell’agosto del 1980 era uscito American Gigolo, un manifesto dell’Armani way of dressing: Richard Gere, nei panni di Julian Kay, aveva dato corpo alle meravigliose giacche destrutturate che sarebbero diventate il simbolo di un cambiamento epocale. Ma già prima, nel 79, Giorgio Armani aveva vinto il Neiman Marcus Award, a dimostrazione di un nesso fortissimo fra creatività e mercato, soprattutto il mercato americano. 

moda
American-Gigolo-1980

Più di ogni altra cosa, scegliere Armani diventava identitario: passò alla storia la querelle con Gianni Versace, altro genio decisamente opposto in termini di codice espressivo. L’intervista di Vanity Fair del 2000 riportava una frase che pare Gianni gli avesse detto e che suscitò le ire postume di Donatella Versace: “Sai una cosa Giorgio? Vesti le donne eleganti. Vesti donne sofisticate. Io vesto delle zoccole”. Il correttivo fu trovato cinque anni più tardi da Anna Wintour di Vogue America: “Armani veste le mogli, Versace le amanti”.

Ma la moda, che diventa vita e rivoluzione, erano loro due. Il binomio Domenico De Sole Tom Ford su Gucci sarebbe arrivato solo negli anni 90. Gli altri nomi storici, Prada, Ferré, Moschino, Biagiotti, Krizia, Trussardi, avrebbero costituito per anni una roccaforte imbattibile di identità differenziate ma  convergenti nel patrimonio italiano. E non parliamo solo di PIL, parliamo di semiologia, di cultura, di estetica. 

Sostenibile non era un vezzo, ma un bisogno

Suona paradossale che il gruppo abbia avuto problemi con il bilancio di sostenibilità imposto da normative europee con tempi a dir poco folli, quando il fondatore era un esempio di tale aggettivo in prima persona. La filosofia alla base del mio marchio è da sempre sostenibile. E’ una questione di etica, prima ancora che di strategia”. 

“Attraverso il mio lavoro propongo abiti che durano e che possono essere indossati per anni”. 

Fu lui, nel 2000, a creare il primo tessuto di canapa, partendo dalla coltivazione delle piante al prodotto finito. Chi conosce la canapa sa il valore che porta ai terreni, la sua resistenza, la sua capacità di crescere senza diserbanti. 

A partire dalla stagione autunno inverno 2016-17, Giorgio Armani fu il primo a vietare in tutte le sue collezioni l’uso delle pellicce animali, in accordo con la Fur Free Alliance. 

Nel 2002 aveva portato a Milano uno dei guru della ristorazione giapponese, Nobuyuki Matsuhisa e aveva dato vita a Nobu: proprio qualche giorno fa il grande imprenditore aveva rilevato la Capannina di Franceschi, a Forte dei Marmi, per portare il suo tocco inconfondibile di grazia, bellezza e armonia a un luogo iconico della musica e del divertimento. Era li, che aveva incontrato il suo amore, Sergio Galeotti. 

Le sue parole sul Fast fashion, drammaticamente reali

Coerenza e serietà hanno sempre distinto l’operato di Armani: la sua Alta Moda era realmente tale, con ore di lavoro e capolavori unici da destinare alle elite . Al pari, Emporio, pap, Armani Exchange, portavano valori consoni al pubblico di riferimento, nel rispetto dei target. Non sorprese certo la sua definizione del fast fashion quale paradosso industriale, la sovrapproduzione di capi e un criminale non allineamento tra stagione metereologica e stagione commerciale”, di fronte al quale “un rallentamento attento e intelligente” si prefigura come “la sola via d’uscita”. 

moda

Il declino del sistema moda per come lo conosciamo è iniziato quando il settore del lusso ha adottato le modalità operative del fast fashion, carpendone il ciclo di consegna continua nella speranza di vendere di più, ma dimenticando che il lusso richiede tempo, per essere realizzato e per essere apprezzato. Il lusso non può e non deve essere fast.

Oggi, in una crisi di identità, di idee, di valori senza precedenti, che investe la moda più di altri settori, le parole di Armani si rivelano più che mai profetiche. 

Ora, al centro della scena c’è la prosecuzione della Giorgio Armani SpA, gruppo da 2,3 miliardi di euro di cui il 99,9% delle quote fa riferimento allo stilista piacentino. Dodici impianti di produzione, più di 2.700 boutiques in 60 paesi sono un patrimonio da difendere. 

Nel 2024 il gruppo Armani ha registrato ricavi per 2,3 miliardi di euro, in calo del 6% sul 2023 e un calo degli utili da 163 a 51,6 milioni: il mondo della moda non naviga in acque rosee, ma nonostante ciò l’imprenditore aveva investito ben 332 milioni al fine di rinnovare parecchie vetrine e senza ricorrere al debito. Armani ha lasciato in cassa 570 milioni di euro. 

Lo statuto della società, impone di “dare priorità allo sviluppo continuo a livello globale del nome Armani”. Come riporta ANSA, un ruolo centrale lo avrà la Fondazione Armani, che avrà il compito di “garantire l’equilibrio”, assicurare “l’armonia fra gli eredi” ed evitare che il gruppo sia “acquistato da altri o spezzettato” come spesso è accaduto a grandi nomi della moda. 



ARTICOLI CORRELATI