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Da Picasso a Van Gogh. Storie di paesaggi sospesi e intime visioni 

Da Picasso a Van Gogh. Storie di paesaggi sospesi e intime visioni 

Arte astratta e impressionismo si danno appuntamento a Treviso, fino al 10 maggio 2026,  negli spazi del Museo di Santa Caterina che per l’occasione diventa scrigno di immensi capolavori dell’arte mondiale grazie alla mostra “ Da Picasso a Van Gogh. Capolavori dal Toledo Museum of Art”.

Tra gli attori che hanno reso possibile questo miracolo, il curatore Marco Goldin, il Comune di Treviso e Linea d’ombra. Si perché di miracolo trattasi in quanto il Toledo Museum of Art, in Ohio e nominato in questo 2025 il miglior museo degli Stati Uniti, custodisce con incredibile gelosia le proprie opere e anche ottenere il via libera per far “uscire” fosse pure una sola tela è cosa ardua se non impossibile. Fino ad ora, per lo meno.

Il ritorno a casa di Marco Goldin

La mostra in questione – oltre a vantare uno spettacolare primato di sessantuno quadri mai esposti prima tutti insieme in Europa come sta accadendo per l’appunto a Treviso – segna anche il ritorno a casa di Marco Goldin con tanto di fuochi d’artificio sotto il cappello di un’arte straordinaria e di un’esposizione che arriva geograficamente da lontano.

A onor del vero, tutto è nato da un importante processo di ammodernamento e ampliamento del Museo statunitense che, a dispetto di un atteggiamento estremamente conservatore, ha deciso di stravolgersi accettando che un nucleo delle sue opere più belle andasse prima ad Auckland, in Nuova Zelanda, poi in Australia, ad Adelaide, ed infine in Europa, niente poco di meno che a Treviso!

Dati i rapporti di lunga data di Goldin con il Museo americano, a Treviso giunge un’edizione assolutamente speciale della mostra. Il curatore ha infatti ottenuto una integrazione del corpus originario, puntando a un nucleo aggiuntivo di opere di qualità assoluta che escono per la prima volta dal Museo stesso e che, dopo questa occasione, non si potranno ammirare se non recandosi in Ohio.

Un percorso … a ritroso

Per scelta del critico, il percorso della mostra va a ritroso nella storia dell’arte, partendo dall’astrazione americana del secondo Novecento, da Richard Diebenkorn a Morris Louis, da Ad Reinhardt a Helen Frankenthaler, per transitare poi ad alcune esperienze capitali dell’astrazione invece europea, da Ben Nicholson e Josef Albers fino a Piet Mondrian e Paul Klee, approfondendo quindi il passaggio dal ‘900 all’’800 e di seguito i tre grandi temi: la natura morta, le figure e i ritratti, i paesaggi. 

Il percorso – audace negli accostamenti delle opere e denso di spunti di riflessione – si apre con una piccola sala dominata proprio da una tela di Richard Diebenkorn che con il suo “Ocean Park” trasporta direttamente nell’universo dell’arte astratta americana, tra ampie campiture di colore che descrivono una visione intimista della realtà.

Altre opere successive di Rauschenberg e Hartigan tengono per mano il visitatore in un turbinio di emozioni fino alla sala in cui due opere campeggiano guardandosi una di fronte all’altra: da un lato la “Ghiandaia Blu” di Helena Frankenthaler  e dall’altro le “Ninfee” di Claude Monet che animano uno stagno fluttuante tra fiori, foglie e acqua.

Pochi passi e si accede ad uno spazio successivo dove ad accogliere ci sono colori vividi e antinaturalistici che definiscono gli spazi proprio come accade nelle opere di Delaunay, Leger e Paul Klee, con un’incursione firmata Morris Louis.

Tocco delicato che accarezza la vista è il piccolo quadro “Baltico, un ricordo” di Feininger: quasi una voce fuori dal coro mentre una bellezza dolente attraversa la vita fra cielo e mare in un paesaggio di sospensione. L’arte diventa un galleggiare in territori dell’anima e la pittura si fa immersione dentro l’essenzialità di superfici eleganti e sinuose. Anche i quadri di Tanguy restituiscono dimensioni vibranti seppur con un esplicito surrealismo. I suoi sono paesaggi onirici che parlano di sogni mentre quelli di Feininger sono paesaggi che restituiscono memorie.

Una mostra titanica restituisce all’Italia capolavori d’Oltre Oceano

Grazie a questa mostra a dir poco titanica è possibile perdersi in capolavori di norma custoditi Oltre Oceano e realizzati da mostri sacri dell’arte come Courbet, Pizarro e Berthe Morisot di cui vengono proposte opere che ritraggono figure indagate innanzitutto in relazione al paesaggio e alla natura che li circonda. Viene così ripreso il tema di un rapporto che ha toccato vertici assoluti con Giotto prima e con la grande stagione veneziana tra fine Quattrocento e inizi Cinquecento poi.

Si prosegue verso la seconda metà del Settecento quando la natura morta si fa genere ampiamente apprezzato sino ad essere rappresentata in grandiose opere realizzate tra Ottocento e Novecento da pittori del calibro dell’italianissimo Giorgio Morandi incluse tele di Pissarro, Braque e Fantin-Latour.

Il gusto impressionista trovo spazio a seguire nei lavori di Signac e degli americani Warner e Van Gord che memori dell’educazione parigina la ripropongono con estrema passione.

Impressionanti anche i lavori di Modigliani, Hopper, Picasso, Sisley, Renoir, Degas, De Chirico, Gauguin, Manet, Van Gogh, Caillebotte, Matisse, …

Dal ritratto all’ ultimo quadro di Van Gogh

Splendida anche la sezione dedicata al ritratto che trasforma lo sguardo in una porta spalancata sulle profondità della coscienza. E così la vita si manifesta. Ora silenziosa. Ora dirompente. In un walzer di tele che colgono l’uomo e il mondo moderni in tutta la forza di ciò che in essi è inatteso e inaspettato.

Nel primo caso, compaiono due tra i maggiori artisti che nel XX secolo si sono dedicati alla natura morta, come Giorgio Morandi e Georges Braque, mentre Henri Fantin-Latour e Camille Pissarro, nel pieno tempo della formazione del gruppo impressionista, dicono, e specialmente il primo, della raffinatezza cui questo tema conduceva i migliori tra i pittori.

Infine, su una parete isolata, quel “Campo di grano con falciatore a Auvers” con cui Van Gogh dà l’addio alla vita. E al pittore olandese è anche dedicato un film, scritto e diretto da Marco Goldin visibile in loop nella Sala ipogea del museo trevigiano.

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