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E se la mela di Eva fosse lo smartphone?

E se la mela di Eva fosse lo smartphone?

Connessi, ma a che cosa? E se nel simbolico Eden a penzolare da un ramo fosse lo smartphone, vero tentatore di Adamo? Le metafore di Giorgio Mussati sono nitide come una lama. Perché il “Paradiso Perduto” erano i rapporti umani autentici, come dice lui, analista della realtà che usa la creatività per portare alla luce le  distonie  sotto una patina di apparente normalità. 

Mussati, a ogni graffito, scrive un trattato di antropologia. La potenza dell’artista è proprio quella del pensiero laterale e del mezzo che utilizza per manifestarlo. Mussati ha ricoperto i muri di Modena con i suoi segni, fortemente influenzati da Banksy , scoperti nel momento in cui Internet cambiava l’anima del mondo.

La cosa sorprendente è che lui parte da informatico e il sistema binario gli insegna che i corto circuito esistono –e sono imprevedibili. 

Io progetto software e questo lavoro mi ha portato a riflessioni parallele sull’essere umano. La società ha bisogno di regole, le persone sono murate in abitudini ma a routine porta inevitabilmente alla noia che crea effetti collaterali problematici”.

Insomma, vogliamo controllare tutto ma il corto circuito, l’imprevisto, ci rivela che non è possibile, in informatica così come nella vita. 

Il mio mestiere, quello di progettare sistemi informatici per la AI, mi insegna a vedere meglio la società che cerca scappatoie per pigrizia e diventa schiava dei sistemi che la meccanizzano”.

La creatività escatologica (un po’ alla Shopenhauer)

La via di fuga dall’impasse arriva dall’arte, dalla creatività, “dal pensiero laterale che ti porta a connessioni difficilmente visibili a chi non lo possiede”. Così, fra empatia e circuiti, Giorgio ha sviluppato un lessico efficacissimo, spesso un pugno nello stomaco, che stigmatizza con la potenza del tratto  –ereditato da papa, tipografo  di professione.

Mio nonno era pittore e appassionato di storia, produceva disegni su qualsiasi cosa, anche su un tovagliolo e mi affascinava con la sua cultura, la capacità di collegare elementi diversi fra loro. Inoltre, da rappresentante della Campari, mi mostrava spesso i meravigliosi cataloghi aziendali e la loro iconografia”. 

Sull’eredità familiare si innesta Andy Warhol:dopo il diploma mi sono dedicato al percorso artistico e andavo spesso a mostre, viaggiavo da solo. Warhol, il Dadaismo, il Surrealismo, sono spunti che mi hanno fatto comprendere la potenza del messaggio artistico e, al pari, la mia fatica ad accettare le regole. A New York, in particolare, i graffiti erano usati come forma di comunicazione e di protesta”. 

Il web aiuta Giorgio a trovare forme d’arte nuove, E a mettere a punto la sua personale iconografia: “mi conformavo alla società poi però prendevo le mie bombolette e lasciavo messaggi”. 

La tecnica di Giorgio Mussati è impostata su spray, stencil e serigrafia come derivazione. 

Prigionieri della techne?

Nelle immagini di Mussati la tecnologia è presente in maniera pervasiva: un uomo con la testa a forma di schermo, con scritto “No Signal”, segno di disconnessione non da un Wi-Fi, bensì dall’anima. “Gli strumenti in sé e per sé non sono il male, dipende tutto da come li usiamo. Siamo noi a dare un senso alle cose.  La tecnologia in sé ci ha dato grandi opportunità, un tempo solo chi si metteva in viaggio poteva conoscere culture diverse e ampliare i suoi orizzonti.

Ma, al pari, la techne può essere un gorgo in cui ti perdi, se npn sei centrato su te stesso. “cosa accadrebbe se ti colpo ci levassero i nostri telefoni? Senza quel segnale saremmo persi?”. Significativo, il suo Superman alle prese con una fidanzata che lo lascia perché lui non la segue sui social.  O Madonna in veste di Terminator, schiava della facciata e dell’estetica.

Viene citato anche il famoso “This is not a pipe” di Magritte: “le cose più evidenti vengono negate  e alla fine accettiamo ciò che ci viene detto, non la realtà effettiva. Uno dei motivi per cui faccio murales e mi esprimo attraverso l’arte è provare a svegliare le persone  che non riescono a vedere, accecate dalla narrazione esterna”. 

Anche la violenza, troppo celebrata, finisce per normalizzarsi. Per questo, il progetto che Giorgio Mussati sta elaborando riguarda proprio la violenza sulle donne. 

Ho in mente un’installazione per strada, con scritte sul marciapiede che solo i più attenti non calpesteranno. Il messaggio sottile è “stai schiacciando i diritti di qualcuno per distrazione e non te ne accorgi? Risvegliati!”

Il palloncino rosso come metafora della fiducia in sé stessi

Personaggi famosi dell’arte, della politica, della musica, che soffiano dentro un palloncino rosso. Una metafora che Mussati usa spesso e che ha un senso preciso. “I detrattori, coloro che vogliono smontare i nostri sogni, ci dicono spesso che sono irrealizzabili, cercano di demotivarci.

Mi sono immaginato Barak Obama che comunicava ai suoi amici l’intenzione di candidarsi in uno dei paesi più razzisti del pianeta e le conseguenti reazioni di incredulità o di scherno. Il palloncino rosso simboleggia il tentativo di vanificare il sogno, ma quando si crede in sé stessi e si ha la determinazione, nulla può fermarci. Per questo lo ho messo sulla bocca si personaggi che hanno cambiato la storia”. 

Alla fine, il messaggio di Mussati è molto spirituale, riprende una famosa frase di Gandhi ovvero “sii il cambiamento che vuoi essere nel mondo”. “Il mondo cambia se siamo noi i primi a cambiare. Bisogna investire sull’uomo e sull’altruismo. I social ci portano fuori da noi stessi”. 

Intanto Giorgio continua a viaggiare, con il corpo e con la mente. “Miami è uno dei luoghi più ispiranti per me. A New York in ogni angolo vedi arte”. 

In effetti, la sua prima mostra importante è stata proprio a Miami, Art Basel. “Lì, una famosa galleria di Vienna mi ha aperto le porte ed ho iniziato a fare mostre”. 

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