Stile ed economia per chi guarda avanti

EDVARD MUNCH. L’urlo espressionista fra amore e sofferenza al Candiani di Mestre

EDVARD MUNCH. L’urlo espressionista fra amore e sofferenza al Candiani di Mestre

L’urlo espressionista di Edvard Munch – che nasce dal corpo con la prepotenza del dolore e nell’arte traspone questa stessa sofferenza – sarà il protagonista senza rivali della stagione culturale del Centro Candiani a Mestre fino al 1° marzo 2026.

Lo spirito nordico intrecciato alle secessioni di Monaco, Vienna e Berlino, insieme con opere dolenti permeate di memoria e denuncia, va ad animare il terzo piano del Candiani con la mostra “MUNCH. La rivoluzione espressionista”, articolata in ben sette e ampie sezioni che muovono i loro passi dalle collezioni civiche della Galleria Internazionale d’Arte Moderna.

Qui sono infatti custodite quattro opere grafiche firmate Edvard Munch:  Angoscia, L’urna, La fanciulla e la morte, Ceneri – nel segno pieno e vivido della rivoluzione espressionista. 

La mostra proposta a Mestre racconta di un artista solitario ma non isolato,  introspettivo e inquieto, che … ha lasciato il segno e non per usare un modo di dire spesso abusato. Munch è stato figlio del suo tempo perché quel tempo lo ha sentito dentro, lo ha vissuto, se ne è lasciato ispirare e travolgere.

Tanti, del resto, i suoi legami con autori, artisti e letterati contemporanei che hanno contribuito in maniera decisiva non solo alla formazione del suo pensiero ma anche alla sua rivoluzione grafica e iconografica oltre che alla sua vita. Figura su tutte dominante quella di Ibsen le cui opere teatrali furono illustrate da Munch con appassionata ammirazione.

Munch, come evidenzia Elisabetta Barisoni , “è specchio della cultura mitteleuropea e cittadino del mondo; tra i lunghi viaggi e soggiorni a Parigi, in Germania, in Belgio, in Italia, in una Europa esplosiva, quella del Salon des Refusées, dei Secessionisti, i giovani ribelli; qui raccoglie echi antichi di Goya e Rembrandt, Redon e Toulouse-Lautrec, fino a Van Gogh e Gauguin, le influenze del Simbolismo e Postimpressionismo per poi lasciare il suo inconfondibile segno”.

La prima sezione della mostra prende per mano il visitatore accompagnandolo nel mondo e nella vita dell’artista in confronto sia con i fermenti naturalisti e impressionisti del suo tempo sia con il connazionale Aksel Waldemar Johannessen: una vicenda artistica intensa seppur breve, caratterizzata da una comune indagine (e costante condivisione) di un mondo interiore particolarmente tormentato, che lascia ampio margine ad un realismo sociale carico di tensione espressiva, distante dall’estetica francese che domina l’arte norvegese del tempo.

Due i capitoli dedicati alle Secessioni, quelle rotture artistiche dell’area tedesca che partirono da Monaco nel 1892  per poi proseguire prima con Vienna, nel 1897, e successivamente con Berlino, nel 1898, creando un diffuso clima di profondo rinnovamento, al tempo stesso fecondo di creatività e vibrante di tensione psicologica, tra Simbolismo, Jugendstil e Postimpressionismo.

La Secessione di Monaco include artisti come Franz von Stuck, interprete di un simbolismo visionario e sensuale ma anche diversi artisti italiani, tra cui Arturo Martini e Alberto Martini.

Della Secessione di Berlino, Munch è quasi il casus belli: nel novembre 1892 la critica tedesca tradizionalista stronca le sue opere esposte al Verein Bildender Künstler di Berlino e così la mostra si incammina verso il triste destino di una chiusura improvvisa solo dopo una settimana dall’apertura ma, incredibilmente, polemiche e critiche sono tali e tante e così diffuse in tutta la Germania che il nome di Munch diventa sempre più  celebre su suolo tedesco, acuendo la frattura tra gli ambienti accademici e i giovani artisti della città. 

Pochi anni dopo, nel 1898, si arriva alla Secessione di Berlino, movimento che vedrà Munch protagonista di un periodo dal forte fermento culturale, dove la ricerca di una nuova estetica si manifesta nei lavori di artisti come Liebermann, Klinger, Dettmann, Egger-Lienz, testimoni di una Berlino attiva, cosmopolita, protesa verso la modernità.

Superate le premesse impressioniste, Munch volge lo sguardo al Simbolismo, all’opera di Redon, Sérusier, Bonnard, alla produzione di Klinger e ai dipinti di Böcklin che lo avvicinano a un linguaggio simbolista, carico di immagini allusive e visionarie, denso di sogni, interiorità e mistero. In Belgio, ci penseranno autori come Félicien Rops – legato agli ambienti letterari decadenti parigini e influenzato da Baudelaire, Mallarmé e Verlaine – e James Ensor, inventore di un mondo grottesco popolato da maschere, scheletri e figure mostruose,   a rendere importante questa nuova corrente.

La mostra del Candiani trova spunti di riflessione anche nell’universo multi sfaccettato del Simbolismo italiano: dalle sculture intense e drammatiche di Adolfo Wildt agli scenari cupi e opprimenti di Cesare Laurenti sino allo spirito ribelle di Ugo Valeri.

L’ampia esposizione di opere grafiche rimanda al ‘debito’ dell’Espressionismo tedesco verso l’opera e il pensiero di Edvard Munch, che tanta parte hanno avuto nell’influenzare il gruppo Die Brücke. Non a caso artisti come Erich Heckel riscoprono la xilografia e le tecniche incisorie come mezzo diretto, essenziale, primitivo, ispirandosi tanto alla tradizione di Dürer quanto alle tecniche innovative del maestro norvegese. 

Dopo la guerra, una seconda generazione – tra cui si distinguono Otto Dix e Max Beckmann – traduce il trauma collettivo in immagini più crude e disilluse che ripropongono una figura umana scavata fino all’osso, denuncia e riflesso di una società lacerata.

Dopo la Seconda guerra mondiale, le istanze dell’Espressionismo si rintracciano nelle testimonianze degli orrori vissuti in prima persona da artisti come Renato Guttuso che con i suoi lavori consegna ai contemporanei e ai posteri la brutalità della storia, allo stesso modo in cui Zoran Musič non smette di evocare l’esperienza indicibile dei campi di concentramento.

L’urlo espressionista si accuccia in visioni deformate, quasi mostruose, da cui poi esplode, anche in epoca contemporanea, dando voce agli orrori dell’attualità attraverso figure artistiche dirompenti del calibro di Mike Nelson, Tony Oursler e Shirin Neshat.

“La rivoluzione espressionista segna l’ultimo capitolo di una rassegna che, partendo da capolavori delle collezioni di Ca’ Pesaro dei maestri dell’arte moderna e contemporanea, ne racconta le contaminazioni, le prossimità, il proprio tempo, le vicende artistiche e soprattutto, l’eredità contemporanea attraverso il Novecento, fino ai nostri giorni.

L’attesa è anche per il nuovo Centro Culturale Candiani, ridisegnato da MUVE che, oltre a proseguire nel programma di esposizioni temporanee, diventerà un Museo permanente, una Casa delle Contemporaneità. La collezione della nuova sede MUVE sarà dedicata alla voce contemporanea, con opere di Maestri italiani e internazionali dal 1948 in poi, articolate in un percorso inedito e di ampio respiro” conclude entusiasta Barisoni.

ARTICOLI CORRELATI