Dc Dedalus – Davide Conti l’ha chiamata Ruota Alchemica, perché l’alchimia insegnava che tutto si trasforma ben prima di Lavoisier. Vale anche per l’anima, che passa nel Labirinto della vita. Un viaggio eroico, come l’Odissea, che scorre attraverso vicissitudini spesso ardue ma prevede sempre, in ultima istanza, il ritorno a casa.
Al primo sguardo, le immagini elaborate dall’artista su una base fotografica potrebbero sembrare un’esemplificazione dei vizi capitali in tonalità drammatiche. Ma l’arte ci insegna la trasfigurazione, la metafora, il paradosso.
Quella di Conti, che viene dall’Accademia e ha una base iconologica potente, è epica, densa di chiaroscuri, teatrale.
Non si passa indenni da queste immagini così come non si passa intonsi dalla vita: e gli stessi titoli delle foto non lasciano adito a dubbi. La Notte oscura dell’anima, Discesa all’inferno, Paradiso Perduto, Eros e Thanatos, imboccando la via dell’ascesa, superando il Disinganno e arrivando allo Splendor Solis, alla guarigione della Ferita.
Ex Tenebris ad lucem, per risorgere come l’Araba Fenice.
“Nel labirinto non esiste una via d’uscita diversa dall’entrata: si deve per forza trovare il centro per potersene andare”. Un messaggio che ci hanno sempre dato tutte le dottrine escatologiche, con la parola. La meraviglia dell’arte è che può colpirci il cuore passando per i sensi. E Davide Conti lo fa con il suo simbolismo profondo, le immagini affondate nelle ombre e irradiate dalla luce, talvolta percosse dai rossi. Vitali, sanguigni, densi. Anche il colore diventa archetipo.
“Ogni lavoro che faccio è una scomposizione in forme e strutture. Qui c’è la trasposizione di codici antichi, in chiave moderna”. La definizione di Theatro Mirabilia, denominazione compiuta dell’opera, è puntuale.
Demoni o Daimon?
Al centro del Labirinto, nella ruota alchemica, c’è il Daimon in senso Platoniano: la scintilla divina che accompagna ogni essere umano, la guida al compimento di un destino scelto prima della nascita. Ben lontano dal demone come lo intendiamo, religiosamente, soprattutto dopo l’esegesi medievale.
“Parte tutto dalla figura del demone che è anche angelo: da un lato crea i problemi affinché tu li risolva, dall’altro ti sostiene nell’affrontare il percorso”.
E infatti, nel viaggio iconograficamente rappresentato dall’artista, i tre colori rappresentano dapprima le paure, le tentazioni, le ambizioni. Poi si arriva alla zona di mezzo, quella degli impulsi, “che ti muovono a una ricerca ma la morale, il perbenismo, solitamente la bloccano, non ti consentono di accettare”.
Infine, la metamorfosi: l’uomo non subisce più il mondo profondo dei suoi abissi, inizia a trasmutare. “Il demone ti aspetta insieme al Sole interiore e si parte sulla via del ritorno. L’anima torna a casa. Nelle vere pratiche spirituali la ricerca è interna, nelle finte religioni l’essere umano viene condotto fuori da sé”.
Perdizione e illuminazione mediati dall’arte: una metafora umana potente
Quello di Conti è un messaggio escatologico potentissimo, rappresentato dalla fotografia come forma d’arte suprema, perché sostenuta da una conoscenza accademica, da simbolismi che attingono alla matematica, alla numerologia, alla storia dell’arte, alla geometria. 3 atti, 7 scene, 33 emblemi. Da lì si ricavano numeri primi alla base della struttura del libro, creati secondo i principi di Fibonacci.
Altre tecniche sono state attinte da antichi testi come i Taccuini di Leonardo, che giacciono a Parigi, presso l’Istituto di Francia (2037 e 2038) e che Conti, grazie a un esperto sul campo, ha recuperato. L’Inferno dei Desideri , ispirato al Giardino delle delizie di Hieronymus Bosch, colpisce come un pugno, perché rivela in maniera esplicita la voragine della materia che inghiotte lo spirito. “Ho rappresentato Adamo con il cordone ombelicale, ma invece di Eva c’è Lilith, in omaggio alla tradizione delle Grandi Madri che sta tornando”.
Insomma, trattasi di un’Opera Prima. La fisicità del libro è unica, come uno scritto amanuense: curato da Giacomo Cecchetti, il capolavoro è stato stampato da Pazzini a Verrucchio. Ma, per trovare la verità bastano anche cose semplici, come “il Gioco Dell’Oca, che rende ludico il messaggio circolare della vita. Anche il viaggio al Centro della Terra di Jules Verne ci porta alle medesime riflessioni”.
Qui, è il lessico espresso con la sequenza fotografica, poggiato sul tessuto iconologico, a rendere il progetto unico. Complice, la tecnica dello Shibari: una pratica giapponese che prevede di legare i corpi con corde a fini meditativi ed estetici. Le stesse corde, raffigurano metaforicamente le radici dell’uomo, i suoi legami, l’abbandono e la rinascita.




