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Repubblica di San Marino: Arte e Design. Design è Arte.

Repubblica di San Marino: Arte e Design. Design è Arte.

11 gennaio 2026. È questo l’ultimo giorno utile per una gita fuori porta magari a San Marino che ospita negli spazi di Palazzo SUMS e della Galleria Nazionale  la mostra “Arte e design. Design è arte” con l’intento di raccontare il dialogo tra arti visive e design in Italia nel secondo Novecento, un periodo in cui la cultura del progetto vive profonde trasformazioni e il Paese si afferma come uno dei principali motori di un cambiamento destinato a ridefinire radicalmente queste pratiche.

Nata da un’idea di Philippe Daverio e scritta insieme al Museo MA*GA di Gallarate (Varese) nel 2009, dopo due anni di ricerca e confronto sulle collezioni del museo e sui protagonisti che hanno determinato svolte significative nella relazione, appunto, tra arte e design, questa mostra vive una seconda vita dopo essere stata allestita al MA*GA.

Riprogettata per gli Istituti Culturali di San Marino, in un doppio allestimento, dando spazio ad un racconto inedito sulla storia del design italiano, che si sviluppa in parallelo alla celebrazione dei vent’anni di attività del dipartimento di Design dell’Università di San Marino,  “Arte e design. Design è arte” intreccia, attraverso una serie di episodi, la produzione artistica con l’oggetto di design, concepito come elemento autoriale. 

Il percorso Trova il suo fulcro concettuale nel fare artistico della modernità, ponendo al centro una prospettiva sia estetica sia etica. Le sezioni proposte non hanno l’obiettivo di riassumere la storia del design italiano del secondo Novecento, bensì di evidenziare le questioni e le sfide che, di decennio in decennio, hanno guidato le trasformazioni del design nel nostro Paese.

La prospettiva con cui Philippe Daverio interpreta la storia del design italiano è quella di un’avventura di instancabile innovazione e sperimentazione, in continuo dialogo con le arti visive.

Il design è dunque analizzato nella sua forma di fenomeno complesso e, come definito da Daverio stesso, “ambiguo”, perché risponde contemporaneamente a una serie di questioni culturali, economiche, sociologiche, ma anche autoriali ed estetiche, che si sovrappongono e intrecciano in modo unico.

4 SEZIONI. 1 MOSTRA

1: Si riparte

Il titolo della prima sezione fa riferimento al Secondo Dopoguerra e di conseguenza al lascito morale ed estetico del movimento moderno e delle avanguardie artistiche storiche. In Italia si sviluppa infatti uno strettissimo binomio tra cultura progettuale e produzione industriale determinando nuove istanze nel mondo del design che inizia a rileggere le geometrie dell’International Style con meno rigidità e più libertà. Nel frattempo si assiste a una svolta anche per i principi del razionalismo e del funzionalismo che incontrano la creatività e la sperimentazione dei materiali propri dell’artigianalità italiana.

Alla cultura bellica, in questa ripartenza, rispondono, a inizio degli Anni Cinquanta, strutture policrome più libere: sono gli anni del Movimento Arte Concreta e di una costruzione che scioglie il rigore geometrico in un’organicità surreale o spazialista. Inoltre nel design, accanto a materiali tradizionali come la ceramica, compare l’uso della plastica che si diffonde per la sua qualità durevole e per la rapidità di produzione, facilitando anche le diverse varianti cromatiche dell’oggetto in serie.

2: Quando i salotti erano bianchi

Negli anni del boom economico un nuovo gusto permea le élite urbane: nuovi miti e nuovi riti, negli anni Sessanta, trasformano la casa in uno spazio in cui rappresentarsi. Questa rinnovata estetica si caratterizza per forme essenziali e sinuose che trovano assonanza con l’eleganza astratta e spazialista dell’arte coeva.

Contemporaneamente anche la produzione industriale inventa nuovi materiali, produce nuovi oggetti, anche tecnologici, facilmente accessibili e le opere d’arte rispondono di conseguenza. Le Attese di Lucio Fontana e le lampade sospese di Bruno Munari sono fulgidi esempi del fermento in corso. Si aprono in contemporanea nuovi spunti di riflessione sul rapporto ritmico tra pieni e vuoti, assenze e presenze, oggettualità e immaterialità.

3: Dalle libertà personali alle libertà politiche

Il Design Radicale si afferma come una tendenza che rifiuta i processi autoriali e i metodi tradizionali che portano alla costruzione di un progetto di design. Nascono così veri e propri laboratori in cui processi e strategie danno vita a un nuovo modo di guardare e interpretare gli oggetti, introducendo innovazioni radicali. Allo stesso modo, i collettivi femministi iniziano a portare, insieme all’arte concettuale, nuove istanze politiche all’interno della pratica artistica.

Negli anni Settanta una serie di tensioni e crisi caratterizzano la progettazione e la cultura visiva: le difficoltà politiche, la crisi energetica, le dinamiche conflittuali tra terrorismi opposti, portano il design italiano a riflettere su una condizione di essenzialità. La progettazione diventa democratica o comunque cerca di essere tale oltre a rivolgere una precisa attenzione ai processi educativi e pedagogici, documentati da una serie di giocattoli in mostra.

4: Milano da bere

Con questo titolo, tratto da una celebre pubblicità dell’Amaro Ramazzotti, si conclude la mostra e si apre il sipario sull’ultima sezione che affronta tematiche come la nuova esplosione dei consumi, edonistica e leggera, concentrata sulle superfici, sul ritorno del colore, sul successo internazionale del cosiddetto Made in Italy.

Il design è postmoderno ma guarda al passato per rimescolarlo. Altro elemento, straniante e sempre attuale, è quello dell’ironia, che tra gli anni Ottanta e Novanta si rivolge sia alla storia dell’arte, come accade nelle quadrerie di Giannetto Bravi, sia alla dimensione domestica, come accade per Alessi, brand capace di dare un nuovo significato e una nuova estetica alla semplice oggettistica della cucina.

 

La storia del design italiano è servita. Non resta che partire. Destinazione San Marino. 

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