Mi capita di credere nella bellezza delle cose semplici. Credo che la cosa meno interessante possa essere molto interessante” – Saul Leiter –
126 fotografie in bianco e nero, tra stampe vintage e moderne, 40 fotografie a colori, 42 dipinti, rari materiali d’archivio, 5 riviste originali dell’epoca e un documento filmico, a cui si aggiungono primi lavori sperimentali e celebri immagini di moda realizzate per testate come Harper’s Bazaar.
Basterebbero questi numeri a convincere dell’esaustività della mostra “Saul Leiter. Una finestra punteggiata di gocce di pioggia”, aperta dal 15 novembre 2025 al 25 gennaio 2026 presso il Centro Culturale San Gaetano di Padova. Eppure di motivi ce ne sono ben altri e superiori a qualsiasi numero da capogiro.
Saul Leiter è stato uno dei più raffinati maestri della fotografia del XX secolo, impegnato a raccontare con sguardo lirico e intimista la New York del secondo ‘900, immortalata attraverso scene urbane e ritratti, senza tuttavia disdegnare incursioni meno “impegnate” nel mondo del fashion system.
Antidivo e refrattario alla fama, stampò in vita solo alcuni dei tanti scatti realizzati e fortunosamente riemersi dopo la sua morte a testimonianza di un realismo fiabesco che è stato la cifra stilistica di questo artista a tutto tondo (fotografo e anche pittore) i cui primi lavori negli anni ’40 e ’50 contribuirono in maniera significativa a porre le basi di quella che venne poi riconosciuta come la scuola di fotografia di New York.
Il percorso proposto a Padova mette in luce ciò che distingue Leiter dai suoi contemporanei e invita a capire come, in che misura e perché la sua opera continui ad ispirare generazioni di fotografi. Molto particolare anche l’allestimento, concepito per offrire un’esperienza immersiva e partecipativa: la disposizione degli spazi, delle luci e dei punti di vista invita i visitatori a osservare e a fotografare come faceva lo stesso Saul Leiter. Alcune sezioni della mostra sono state studiate affinché sia il pubblico direttamente a sperimentare le modalità di inquadratura e composizione del fotografo di Pittsburgh.
New York secondo l’alfabeto Leiter
Mentre i fotografi della sua epoca erano impegnati a ritrarre la grandezza e la modernità di New York, Saul Leiter scelse una via diversa, opposta: trasformare la quotidianità in poesia visiva. Nelle sue immagini il reale diventa lirico — il vapore che sale dai tombini, gli ombrelli nella pioggia, i riflessi sulle vetrine — delicati e discreti frammenti di una città sognante.
“Leiter si divertiva con ciò che vedeva. Non era interessato al carattere egemonico di New York o alla sua mostruosa modernità — spiega la curatrice Anne Morin —. Inventava giochi ottici, intrecci di forme e piani che nascondono e rivelano ciò che si cela negli intervalli, nelle vicinanze, nei margini invisibili.”
La sua visione rifiuta con estrema fermezza l’approccio documentaristico dominante del dopoguerra in nome della precisa volontà di creare quasi degli “haiku fotografici”, degli scatti simili a rivelazioni lampo in cui si mescolano realtà e attrazione.
Leiter abbraccia, con i suoi lavori, la bellezza dell’imperfezione e cerca la magia della vita: vetri appannati, tende, pioggia e neve che tutto confondono, rendono labile il confine tra fotografia e pittura. Leiter è stato un poeta della macchina fotografia e con lui anche il colore si è fatto poesia, osando tonalità ora più audaci ora più vellutate trasformando scene di strada in composizioni astratte, momenti di pura quotidianità in orizzonti sensuali in cui perdersi con l’immaginazione.
Tutto ciò, naturalmente, non poteva non attirare il mondo della moda e non sono mancate sublimi collaborazioni con Esquire, Harper’s Bazaar, Show, Elle, British Vogue e tante altre pubblicazioni patinate a cui Leiter ha restituito ancora maggiore eleganza attraverso i suoi lavori fotografici.
Fotografia o poesia?
“Non ho una filosofia. Ho una macchina fotografica — diceva Leiter —. Guardo attraverso l’obiettivo e scatto. Le mie fotografie sono solo una piccola parte di ciò che vedo e che potrebbe essere fotografato. Sono frammenti di possibilità infinite.”
Fedele alla sua Leica, Leiter ha scattato fotografie che sono vere poesie, eleganti uniche delicate. E ogni immagine, specie nei lavori a colore, è come una leggiadra figura dipinta su tela.
“Le immagini di Leiter durano quanto il battito di un ciglio, posizionate sul bordo di qualcosa. Sono istantanee, forme brevi, frammentate, come annotazioni di realtà. Il suo gesto è quello di un calligrafo: veloce, preciso, senza scuse.”
Figlio di un noto rabbino, Leiter abbandonò gli studi religiosi per dedicarsi all’arte e nel 1946 si trasferì a New York per dipingere, entrando presto in contatto con artisti come Richard Pousette-Dart e W. Eugene Smith, che lo introdussero alla fotografia. Fin dagli anni giovanili sperimentò con pellicole Kodachrome 35 mm, ritraendo amici, passanti e scorci di strada nei dintorni della sua casa dell’East Village. Dopo un periodo di successo nella fotografia di moda, visse due decenni lontano dai riflettori.
A consacrarlo pioniere della fotografia a colori la pubblicazione della monografia Early Color (2006) che segnò la sua riscoperta internazionale. Oggi le sue opere fanno parte delle collezioni dei maggiori musei del mondo — dal Whitney Museum of American Art al Victoria and Albert Museum — confermandone il ruolo di figura chiave nella storia della fotografia moderna.
Saul Leiter è morto il 26 novembre 2013 nella sua casa di New York. Come scrisse Margalit Fox sul New York Times,
“Delle decine di migliaia di immagini che ha scattato — molte ora considerate tra i migliori esempi di fotografia di strada al mondo — la maggior parte rimane non stampata.”




