Thomas Braida regala un caleidoscopio di emozioni e sentimenti con la sua nuova mostra “Tacciono i fiori” che a distanza di tre anni dall’ultima esposizione segna il ritorno dell’artista goriziano nella Città Eterna.
Ad accogliere le opere di Braida ancora una volta è la Monitor Gallery, i cui spazi si animano fino al 25 luglio 2025 di un prorompente corpus di opere nate da una domanda e dalla ricerca che ne è seguita.
Quanti significati si celano dietro un semplice vaso di fiori? E’ bastato questo a far scattare in Braida il desiderio di focalizzare la sua attenzione, da un anno e mezzo a questa parte, sul genere della natura morta, con un particolare sguardo rivolto al vaso di fiori.
La mostra proposta, carica di forza visiva e densa di significati, si articola attraverso una lunga teoria di lavori eterogenei disseminati qua e là all’interno della Galleria: dipinti su tela e su carta, installazioni e sculture, tutti con un unico comune denominatore, ovvero la massima attenzione ai dettagli da cui si dipana un’esplorazione intima e profonda del senso della vita muovendo dal genere della natura morta.
Quelle che Thomas Braida porta a Roma sono composizioni distopiche, lavori concepiti come un “memento mori” che invita a riflettere sull’indifferenza umana, sul vuoto delle relazioni, sulla tendenza all’inazione e alla noncuranza. In un climax di opere e pensieri il colpo di scena è Survival Painter’s kit, 2025, un dipinto sui generis dove l’artista abbandona di netto il motivo floreale e lo sostituisce tout court con l’immagine estremamente essenziale e anche un po’ inquietante di una nuda tavola su cui si guardano una pistola e un pennello. Così come inquietanti sono le sinistre presenze che si aggirano sulle tele in mostra: gatti, teschi, gnomi accompagnano silenziosi lo spettatore e gli ricordano della fragilità della vita, della fugacità dei beni materiali e della bellezza effimera che illude tutti nessuno escluso.
La tensione nelle opere di Braida si percepisce, si ‘sente’. E si vede.
A questo punto e’ spontaneo il viaggio a ritroso nel tempo che arriva dritto al cuore del XVII secolo, quando nasce il genere della Vanitas il cui messaggio e’ oggi più rilevante e attuale che mai specie se si guarda al dilagante consumismo che procede a braccetto con la spasmodica ricerca di un successo materiale fagocitante che ci lascia inermi e inerti. Proprio come accade ai fiori di Braida che rimangono statici in assenza totale di vita mentre la natura assiste imperturbabile dimostrando la stessa indifferenza che sembra avere per il genere umano.
In questa fissità che sa ancora una volta di silenzio e inazione, si susseguono vasi lucidi e fiori disposti con una cura estrema, tra il maniacale e il sacro mentre una pantera nascosta nell’ombra osserva attenta ogni cosa. Braida trasforma Monitor Gallery in uno spazio dove ogni quadro racchiude un mistero da svelare e fa della natura morta uno strumento d’elezione attraverso cui indagare l’indifferenza.
“Nel mio lavoro c’è un forte senso dell’immagine: incorporare la realtà, capovolgerla, alimentarla con citazioni, ironia, l’inverosimile, mitologia e un po’ di cultura pop. Anche quando mi concentro sull’ironia, lo faccio molto seriamente. C’è un’urgenza di reimmaginare il reale. L’esterno scatena la mia immaginazione che poi degenera in pittura. Ciò che ho di fronte non è mai abbastanza: io faccio sempre il ruffiano, rendendo la realtà più appetitosa.” Questo ci dice e in questo crede Thomas Braida che vede nell’arte un modo per uscire da sé stessi allontanandosi dal proprio ego e dando vita a qualcosa di collettivo.
I suo lavori sono un “atto d’amore”. E i suoi fiori che tacciono sono molto simili ai boschi e ai fiumi di Torquato Tasso che pure tacciono mentre osservano, muti testimoni, la vita che passa.




