Vivace ed elegante – tra antichissimi portici, chiese, facciate di palazzi signorili decorati a tutt’oggi in modo mirabile con pregiati affreschi di un lontano passato – Pordenone racchiude un’inattesa quota di meraviglia e stupore.
Destinazione del Friuli Venezia Giulia, capace di combinare arte, storia e fascino oltre ad una variegata tradizione gastronomica, Pordenone non sarà tra le mete turistiche più famose dello Stivale ma si prepara ciononostante ad una rimonta sensazionale puntando da un lato ad un denso calendario di attività e dall’altro al prestigio crescente derivante dal titolo ottenuto di recente quale “Città della Cultura Italiana 2027”.
Un viaggio a Pordenone presuppone una vera e propria esperienza in grado di rispondere alle più diverse esigenze ed aspettative.
Il mix unico di architettura medievale e rinascimentale, il Ponte pedonale di Adamo ed Eva che attraversa il fiume Noncello, il frizzante centro storico dominato da Corso Vittorio Emanuele II in un tripudio di caffè, ristoranti e boutique, strutture all’avanguardia come il Museo del Fumetto e la Mediateca di Cinemazero, le numerose attività open air da praticare nei dintorni, l’incredibile Duomo di San Marco, costruito nel XIII secolo e arricchito dai mirabili affreschi di Giovanni Antonio de’ Sacchis, noto come il Pordenone: basterebbe già solo questo per tentare qualsiasi spirito curioso!
La città è anche destinazione premium sul fronte gastronomico. Del resto, come non lasciarsi tentare dalla cucina locale, dai suoi formaggi e insaccati fino ad arrivare ai dolci? Come non assaggiare, almeno una volta, la pitina, un piatto a base di polpette di carne di selvaggina (o pecora) affumicate e speziate tipico della val Tramontina, i salumi d’oca di Morsano, il Muset – cotechino lessato che viene servito su pane caldo insaporito da rafano grattugiato, il celebre formaggio Frico o il “Biscotto Pordenone”, una goduria creata e realizzata dalla Gelateria Pasticceria Montereale, con tanto di marchio registrato presso la Camera di Commercio!
A tutto questo si aggiunge un’incantevole stagione artistica e culturale senza eguali tra mostre, progetti ed eventi che viaggiano sull’alta velocità di uno spirito internazionale e cosmopolita a tutta…meraviglia!
Da “capitale tuareg” d’Italia per via della forte identità nomade di alcuni suoi abitanti a Capitale della cultura italiana 2027: questa città “un pò friulana, un pò veneta, un pò di nessuno”, per la sua posizione a cavallo di due culture, è pronta a stupire.
Attraverso un imponente e suggestivo percorso artistico che ingloba la storica Galleria Civica Harry Bertoia, il sontuoso Museo Civico d’Arte Ricchieri e gli effervescenti spazi di matrice contemporanea Mercati Culturali Pordenone, ci si potrà immergere in un tempo sospeso di bellezza e magiche atmosfere dove la fotografia diventa protagonista assoluta con una serie di esposizioni appena inaugurate e in essere fino al 6 aprile 2026 quando le porte della città si spalancheranno su altri nuovi progetti.
Grazie alla preziosa sinergia tra il Comune di Pordenone e l’impresa artistico-culturale Suazes ci sarà un unico grande filo conduttore come guida e matrice primaria di ogni attività e sarà la parola “leggere”.
Termine, quest’ultimo, più che appropriato per una città come Pordenone che è sempre stata una cartina di tornasole delle dinamiche economiche e culturali italiane.
Anteprima del programma in corso è stata la mostra “Inge Morath. Le mie storie” conclusasi il 16 novembre. Si prosegue nel frattempo con una sfaccettata proposta di dialoghi e corrispondenze fra i grandi maestri della fotografia internazionale inclusi fotografi contemporanei di grandissimo livello.
Il tutto concepito e sviluppato come parte integrante del format “Pordenone verso capitale italiana della cultura 2027, a testimonianza del carattere pluriennale che anima questo progetto culturale” affinché ogni singola iniziativa possa riflettere l’identità e la storia di questa città dove il “leggere” diventa strumento per esperire il passato preparandosi ad affrontare con slancio il futuro.
ROBERT DOISNEAU. Oltre la fotografia
La prima grande mostra del momento muove dal fotografo francese Robert Doisneau (1912 – 1994), in un percorso che vuole ripercorre la sua immensa carriera e la vastità dei temi da lui trattati, offrendo nel contempo nuovi spaccati sulla sua produzione.
Centotrenta le spettacolari fotografie ospitate all’interno degli spazi espositivi della Galleria Bertoia e approdate in quel di Pordenone in virtù di uno speciale accordo tra l’Atelier Doisneau di Parigi e la Fondazione Artea, dietro curatela di Gabriel e Chantal Bauret.
Il percorso proposto parte dagli anni Trenta e descrive con accorata nostalgia l’intero lavoro del Maestro, caratterizzato da uno stile poetico e umano striato di una rara vena ironica, capace di cogliere momenti spontanei e autentici nelle strade, nei caffè e nei quartieri popolari della capitale francese.
La mostra – allestita su due livelli espositivi dominati da luci avvolgenti e un tenue color rosa pastello che incornicia con delicatezza scatti di rara potenza visiva – ha anche il merito di portare sotto i riflettori lavori realizzati su commissione per grandi aziende francesi e volti a documentare sia la vita operaia sia i processi industriali. Particolare rilevanza riveste un nucleo di fotografie provenienti dal reportage portate a termine nel 1945 all’interno della manifattura tessile francese di Aubusson, questa volta su commissione della rivista Le Point. È lampante il collegamento con l’importante storia tessile del pordenonese.
In generale si respira un’atmosfera di rarefatta solitudine che esplode in immagini per lo più scattate in ambienti estremamente delimitati: piccoli spazi per capolavori immortali. Tutto è cristallizzato in un velo di malinconia che racchiude una forza inspiegabile e trascinante mentre all’orizzonte si stagliano tipi umani fra i più diversi: cartomanti, commesse, bambini in strada, scolari, coppie, sposi, macellai … per un viaggio di scoperta nell’umano sentire.
OLIVIA ARTHUR. Due progetti, una sola anima
Altrettanto emozionante e pensata per il coinvolgimento del grande pubblico, la doppia mostra dedicata alla fotografa inglese Olivia Arthur, classe 1980.
Conosciuta per il suo lavoro documentaristico e molto apprezzata per l’approccio intimo e umanista alle storie che racconta, la Arthur è membro dell’agenzia Magnum Photos dal 2013 oltre ad essere stata vincitrice del prestigioso “Inge Morath Prize” nel 2007. La sua fotografia si concentra spesso su temi di identità, cultura e condizione femminile, con una particolare attenzione ai mondi che esistono ai margini della società.
Per Pordenone la Arthur ha sviluppato in esclusiva ben due progetti: all’interno dello storico percorso espositivo del Museo Civico d’Arte Ricchieri (qui è visibile il lavoro Murmurings of the Skin) e nel nuovo spazio espositivo del neonato centro Mercati Culturali Pordenone (in questo caso l’esposizione riguarda immagini che si rifanno a cinque progetti editoriali realizzati in questi ultimi anni).
I suoi lavori indagano non solo la relazione con il nostro corpo e la fisicità, ma anche il confine tra umano e macchina-tecnologia, facendo della pelle il luogo simbolico (eppure incredibilmente reale) di battaglie, ferite e resistenza al dolore di qualunque natura esso sia.
Come ha rivelato la stessa Arthur in una passata intervista al New Yorker, per lei “parte della potenza della fotografia è data dall’ambiguità delle immagini, dalla capacità che hanno di suggerire qualcosa di una scena senza essere troppo assolute. I fotografi sono sempre alla ricerca di modi per catturare l’atmosfera di un evento senza essere troppo espliciti”.
SEIICHI FURUYA. Eterno presente
Pordenone è abbagliante stupore. Luogo che si svela poco alla volta ma con debordante potenza. Ogni angolo nasconde segreti. Ad ogni incrocio uno spazio o un museo è pronto ad accogliere i visitatori. Proprio come nel caso del Museo Civico d’Arte Ricchieri, uno scrigno di opere d’arte: dipinti su tavola o su tela, disegni, affreschi, sculture lignee, mobili, oggetti di oreficeria e di ceramica, per un excursus dal Medioevo fino ai giorni nostri. Anche in questo caso gli ambienti interni sono stati chiamati a dialogare con la fotografia contemporanea.
Il primo ad esporre è il fotografo giapponese Seiichi Furuya (1950), il cui lavoro è intimamente legato alla perdita della moglie Christine e alla sua memoria. Viene presentato per la prima volta in Italia il progetto Face to Face quale capitolo conclusivo del lavoro sulle Mémoires, inteso come personale elaborazione del lutto. Le fotografie scattate da Seiichi Furuya non sono tuttavia sole ma in compagnia di foto scattate da Christine Gössler.
L’idea centrale di “Face to Face” è la reciprocità, letterale e concettuale: coppie di fotografie in cui Furuya e Christine si sono fotografati a vicenda – spesso (quasi) nello stesso momento – in modo che le due prospettive possano essere affiancate assieme.
Il progetto inverte la più familiare dinamica del ritratto unilaterale e mette in risalto l’atto dello sguardo reciproco. Nella vita di tutti i giorni le emozioni nascoste e le affermazioni inespresse, scambiate attraverso sguardi reciproci, svaniscono nel passato in un istante, lasciando poca traccia nella memoria, semplicemente perché il tempo non si ferma mai. La fotografia è l’unico mezzo che ci permette di ricreare questi momenti di scambio emotivo tra due persone qui e ora, e di leggerne il significato in uno sguardo silenzioso e immobile, trasformando fugaci momenti del passato in un eterno presente.
STEPHANIE MOSHAMMER. Identità, memoria e ambiente
A partire da Febbraio 2026 verranno esposte anche opere della giovane fotografa austriaca Stefanie Moshammer (1988) che sarà presente in contemporanea anche all’interno dei nuovi spazi espositivi di Mercati Culturali Pordenone.
Il lavoro della Moshammer spesso fonde l’esperienza personale con l’osservazione sociale, esplorando identità, ruoli di genere, memoria e ambiente.
La mostra mostrerà un’esplorazione molto personale e allo stesso tempo sfaccettata delle culture della memoria familiare e del valore delle cose quotidiane. Il punto di partenza del lavoro sono fotografie, oggetti trovati e racconti della vita dei suoi nonni nel Mühlviertel, in Alta Austria – una vita caratterizzata da semplicità, creatività e un uso rispettoso delle risorse. Anni dopo, Moshammer ricostruisce questi ricordi davanti alla sua macchina fotografica, creando un intreccio di metafore visive che riflettono la vecchiaia, i rituali quotidiani e la transitorietà della vita.



